Rischi contagio da coronavirus e consegne a Domicilio con i Food Delivery durante la Pandemia


Coronavirus e rischio salute per consegne cibo a domicilioSiamo in piena Pandemia, così l’organizzazione mondiale della Sanità (OMS – WHO) ha dichiarato rispetto all’emergenza sanitaria legata alla diffusione del SARS-COVID-19  ora SARS-COV-2 (Coronavirus). I decreti ministeriali impediscono alle persone gli spostamenti sia tra comuni diversi sia addirittura entro lo stesso comune. Da poco sono proibite anche le passeggiate, ad eccezione del portare fuori il cane ma nelle immediate vicinanze della propria abitazione o degli spostamenti necessari come fare la spesa, motivi di lavoro o di salute. Chiusura quasi totale delle attività commerciali di vicinato come molti bar, ristoranti, pizzerie ad eccezione di attività di prima necessità come supermercati e rivenditori di generi alimentari, farmacie, edicole, tabacchi e consegne a domicilio. Tutte queste informazioni sono disponibili ovviamente presso canali istituzionali ai quali rimandiamo per più precise notizie.
L’emergenza sanitaria è quindi molto chiara per le nostre Istituzioni. Ribadiamo che l’OMS ha dichiarato lo stato di Pandemia, vale a dire che si rischia un elevato contagio a livello mondiale. L’Italia ha deciso così di adottare misure di sicurezza altamente restrittive per fronteggiare la diffusione del coronavirus.

Le misure adottate sono tali da causare importanti problemi organizzativi, che vanno dal livello personale-individuale, ma anche di coppia, familiare, sociale ed economica per la maggioranza della popolazione. Questioni organizzative ma anche psicologiche delle quali avremo modo di parlare in successivi articolo. In questo scenario che appare simil-“apocalittico” fatto di strade quasi deserte, piene di silenzio e controlli di polizia, è comunque garantita la possibilità di lavoro per gli addetti al Food Delivery e altre consegne a Domicilio, nucleo centrale di queste righe.


Delivery e Coronavirus – Può Rischiare chi Riceve o Consegna a Domicilio?
C’è una questione che ha sollecitato un nostro pensiero, così come il pensiero di molte persone. Sappiamo che le consegne a domicilio potrebbero essere utili per svariati motivi per chi, coronavirus o meno, è costretto a rimanere a casa. La questione che vorremmo sollevare è però circa il rischio di contagio. Viste le dichiarazioni di allarme imponenti diffuse rispetto alla gravità di un contagio da COV-2 e delle possibili gravissime conseguenze, visto il quasi ovvio contatto con molte persone nel proprio domicilio per chi si occupa di consegne per società come ad esempio Deliveroo, Just Eat o Glovo  che porta sia cibo sia altri beni, compresi gli scambi di merce tra privati, ci poniamo una semplice domanda “potrebbero gli addetti alle consegne essere veicolo di maggiore diffusione del coronavirus”?

La domanda è lecita  visto che il rapporto con il cliente può prevedere anche scambio di contanti e una modalità di consegna più ravvicinata con le persone. Chi consegna cibo a domicilio può arrivare, nella maggior parte dei casi, fino alla porta d’ingresso dell’abitazione nella quale potrebbe esserci un positivo al coronavirus, pur senza saperlo. Ricordiamo che i tamponi non sono estesi a tutta la popolazione e la maggior parte delle persone potrebbe addirittura non sapere di essere COV-2 positivo.

Alcuni potrebbero avere sintomi lievi come leggera febbre o raffreddore ma altri essere asintomatici o pauci-sintomatici. Insomma il personale addetto al food delivery e alle consegne a domicilio  anche di altri beni, potrebbe essere a maggior rischio di contagio e potrebbe così essere, inconsapevolmente e in assoluta buona fede, anche veicolo di trasmissione del contagio all’interno della propria zona di attività?

Conviene davvero rischiare sia per il personale di consegna sia per chi riceve a casa? Non sappiamo come si comportino le aziende di food delivery per contrastare la diffusione del virus e tutelare i propri lavoratori né come si comportano le Istituzioni a riguardo. Per ora sappiamo che le consegne a domicilio sono garantite dal decreto (alla data di pubblicazione di questo articolo).

Non sarebbe utile l’obbligo di tampone per chi consegna a domicilio cibo e altre merci?
Anche chi consegna potrebbe essere positivo al coronavirus e non saperlo, essere cioè privo di sintomi degni di nota, e potrebbe diventare così un mezzo di diffusione.

Il cibo certo non viene contaminato ma i sacchetti per potarlo sono comunque entrati in contatto con il personale, c’è un contatto tra persone, si entra quasi in casa di chi potrebbe essere già contagiato pur a sua insaputa. Insomma la questione è molto delicata visto l’elevato allarme istituzionale e viste le misure fortemente restrittive adottate dalle nostre istituzioni a salvaguardia della salute pubblica.

La chiusura della maggior parte delle attività di somministrazione in questo periodo di pandemia potrebbe aver causato anche un netto calo del lavoro di food delivery ma il problema rimane il rischio di contagio, la tutela del lavoratore e delle persone che ricevono cibo, così come di chi spedisce e riceve merce di ogni tipo direttamente nel proprio domicilio.

Visto il così alto rischio per la salute vale davvero la pena entrare in contatto con tante persone al giorno a distanza probabilmente ravvicinata, ricevere in diversi casi soldi in contanti, dare resto, senza sapere se chi consegna, chi spedisce o chi riceve sia positivo al coronavirus, anche se asintomatico o pauci-sintomatico?

Chi ha pochi sintomi o sintomatologia lieve e per questo probabilmente non ha fatto il tampone per il CORONAVIRUS, non sa se sia positivo o meno al coronavirus e non è certo limitato nella scelta di ricevere cibo o altri beni a domicilio, così come all’addetto alla consegna, qualora fosse inconsapevolmente positivo, non è impedito di circolare e di consegnare.

Il personale che consegna in bicicletta (il più diffuso per molte società come Glovo, Deliveroo, Just Eat, Uber Eat, ecc.) può essere più a rischio di trasmissione del personale che usa altri mezzi?
Quale sarebbe il mezzo di consegna a domicilio meno pericoloso? Consegnare in bici mette a rischio di maggiori infortuni tali da causare richiesta d’intervento sanitario per traumi mentre ospedali e pronto soccorso sono impegnati in altro? Queste sono ovviamente soltanto domande alle quale sarebbe utile una risposta istituzionale ben motivata da dati scientifici certi.

In questo clima di enorme incertezza, con l’obbligo di non uscire, con la chiusura di moltissime attività commerciali di vicinato, con un rischio altissimo di contagio, stando alle dichiarazioni ufficiali istituzionali nazionali e internazionali, con gli ospedali italiani al collasso e una sanità messa quasi al tappeto, la tutela della salute deve riguardare tutti, nessuno escluso. Così forse il noto #iononesco dovrebbe riguardare soprattutto chi potrebbe essere, più di altri, veicolo di trasmissione del coronavirus, pur a propria insaputa. Si tratta di questione probabilistiche e l’obiettivo dovrebbe essere quello di ridurre al massimo le probabilità di contagio.
Forse dovrebbe valere la regola “o tutti o nessuno” o comunque provvedere all’obbligo di somministrazione del tampone per chi consegna a domicilio oltre all’obbligo di adottare misure di sicurezza, con mezzi di riduzione del rischio di contagio, a carico dell’azienda di delivery.
Questo pensiero, come sappiamo, a molti è passato per la mente. Il punto è ancora una volta l’incertezza, il non sapere, il non capire cosa sia tutelante davvero la nostra salute. La domanda rimane aperta: “quanto rischio di contagio c’è nel ricevere cibo a domicilio o altri beni sia per chi riceve sia per chi consegna?”. Anche qualora si consegnasse lasciando il cibo sull’uscio, ricordiamo che ci sono persone che girano costantemente tra un posto e un altro per consegnare, sono in mezzo alle strade, toccano comunque la merce, respirano, sudano, tossiscono come tutti gli esseri umani. Il personale che consegna a domicilio non è un supereroe, non ha difese immunitarie superiori agli altri. Visto il grave allarme di tutte le istituzioni in merito alla diffusione di contagio dal nuovo coronavirus (SARS-COV-2) e alla pericolosità dello stesso, vale davvero la pena per chi consegna cibo a domicilio di rischiare la vita per pochi euro l’ora? L’ultima e decisiva parola ovviamente resta alle nostre Istituzioni, a chi ha potere decisionale ufficiale. Forse converrebbe chiudere tutto e del tutto se davvero in gioco c’è la vita delle persone. A noi non rimane che attendere le direttive istituzionali ma, nel mentre, un’altra domanda rimane rigorosamente aperta “nel frattempo, per quel che dipende da noi, cosa fare?”.

SIC NEWS
articolo a cura del Dott. Marco Baranello
direttore SRM Psicologia
12 marzo 2020

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